Il giardino dei Finzi Contini, regia di Vittorio De Sica con Fabio Testi, Helmut Berger, Dominique Sanda, Lino Capolicchio, Romolo Valli, Edoardo Toniolo, Italia 1970.

 

Ferrara 1938-1943. Le Leggi in difesa della razza sono operative e gli ebrei debbono condurre una vita separata rispetto agli altri italiani. Giorgio è sin dalla preadolescenza amico della bella Micòl Finzi Contini. Li separa la classe sociale ma li unisce l’immenso parco della villa in cui spesso ci si ritrova tra amici a giocare a tennis. E’ lì che Giorgio comincia a provare un sentimento diverso dall’amicizia per la ragazza che però non vi corrisponde. Intanto scoppia la guerra e la situazione degli israeliti si fa di giorno in giorno più precaria.
Non era certo il primo libro a cui Vittorio De Sica si ispirava per una propria opera cinematografica (si pensi, solo per citarne due tra i più famosi a Ladri di biciclette di Luigi Bartolini o a La ciociara di Moravia) ma è stato di certo quello che gli ha causato più problemi. Bassani si identificava totalmente con il protagonista a cui aveva dato anche il suo nome e non voleva che si mutasse nulla della sua sorte per quanto riguardava soprattutto il finale. Ma ciò che più aveva preoccupato De Sica (che per la prima volta si staccava dall’amico ma anche maestro sceneggiatore Zavattini) era ciò che il nuovo entrato Ugo Pirro ricorda nel suo interessantissimo libro “Soltanto un nome nei titoli di testa”. Il fatto cioè che lo scrittore, a cui era stato consentito di proporre una prima stesura della sceneggiatura avesse in primis tradito il proprio romanzo volendo aprire il film con i rastrellamenti compiuti dai tedeschi in divisa e costruendo la vicenda sui flash back. Quella degli ordini gridati, delle camionette, degli stivali che risuonavano sul selciato era ormai divenuta una sequenza comune e stereotipa di moltissimi film sulla seconda guerra mondiale e Bassani sembrava in questo modo voler negare l’atmosfera stessa della propria opera che invece De Sica sa cogliere con estrema sensibilità.
Il regista trova qui il punto più alto (conquistando il suo quarto Oscar) della fase finale della sua filmografia lavorando proprio sui mezzi toni di una vita sospesa in cui la ricchezza materiale (ai Finzi Contini non mancano i mezzi economici) può solo cercare di proteggere dal progressivo isolamento sociale. La vicenda di Giorgio e Micòl diventa così una lettura, che può apparire fredda ma non lo è, di una separazione all’interno di una separazione in cui l’ingenuità del primo (che a uno sguardo contemporaneo può sembrare eccessiva) è costretta a confrontarsi con una maturità più consapevole del dolore che talvolta è necessario causare agli altri per evitarne uno maggiore sul piano dei sentimenti. E’ costruendo intorno a questo nucleo tematico un susseguirsi di segnali (ad esempio le telefonate anonime, l’inibizione della frequentazione della biblioteca) che De Sica e Pirro con Vittorio Bonicelli rendono ancor più tragico il finale. Senza svastiche e blindati ma con la consapevolezza profonda dello sterminio in atto.

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